Pena di morte: in autunno a NY torna il negoziato sulla moratoria; riunita in Italia cabina di regia

ROMA, 21 MAGGIO 2026 – La campagna per la moratoria della pena di morte torna al Palazzo di Vetro: l’Assemblea Generale mettera’ in agenda in autunno la nuova risoluzione biennale che chiede alla comunita’ internazionale lo stop delle esecuzioni capitali in vista della loro totale abolizione.

Il Sottosegretario agli Affari Esteri, Massimo Dell’Utri, ha presieduto oggi alla Farnesina la riunione della Task Force MAECI–Società Civile sull’azione dell’Italia. All’incontro hanno preso parte rappresentanti di Nessuno Tocchi Caino, della Comunità di Sant’Egidio e di Amnesty International Italia, storicamente impegnati fin dall’inizio nella campagna.

Al centro della riunione, i lavori preparatori in vista del negoziato. La risoluzione sulla moratoria è votata con cadenza biennale e, nel 2024, grazie anche all’impegno italiano, ha raggiunto per la prima volta una maggioranza superiore ai due terzi dei membri delle Nazioni Unite. A presentare il testo quest’anno e’ una coalizione di 41 Paesi che oggi hanno ribadito il loro impegno in una “una battaglia universale per la dignità umana”.

L’allarme di Amnesty International

Nel corso dell’incontro, il Sottosegretario Dell’Utri ha ribadito come l’impegno per l’abolizione della pena di morte rappresenti una priorità della diplomazia italiana, richiamando al tempo stesso l’attenzione sulle persistenti criticità del quadro globale. “Se da un lato aumenta il numero dei Paesi che aboliscono o sospendono la pena capitale, dall’altro aumentano le esecuzioni degli Stati che ancora la applicano” ha osservato Dell’Utri. Parlano chiaro, del resto, i dati diffusi solo pochi giorni fa da Amnesty International con oltre 2700 esecuzioni in ben 17 stati nel 2025, il numero più alto dal 1981. Principali responsabili dell’impennata, secondo il dossier, sono state le autorità iraniane, che l’anno scorso “hanno messo a morte 2.159 persone, oltre il doppio rispetto al 2024”.

Iran e Arabia Saudita in testa per esecuzioni

A seguire Teheran per il numero di condanne a morte eseguite c’è l’Arabia Saudita. Nel 2025 a Riad sono state decapitate o fucilate 356 persone, soprattutto per “reati di droga e terrorismo” e soprattutto appartenenti alla minoranza sciita del paese, molte di loro accusate, come le vittime iraniane, di aver sostenuto proteste “anti-governative” fra il 2011 e il 2013. Il trend vede protagonisti anche Kuwait ed Egitto, dove le persone messe a morte sono rispettivamente raddoppiate e triplicate rispetto all’anno prima, insieme a Singapore e Stati Uniti, con metà delle esecuzioni avvenute in Florida.

A gettare un’ombra tetra sul futuro dei diritti umani sono anche le proposte di legge che in prospettiva potrebbero riportare la pena di morte in Ciad e Perù, mentre Israele ha presentato un progetto discriminatorio, che prevede l’istituzione di un tribunale speciale, “per agevolare l’utilizzo delle esecuzioni nei confronti dei palestinesi” coinvolti nell’attacco del 7 ottobre.

Rimane fuori dal dossier il conteggio delle vittime nei paesi in cui questi dati sono classificati come segreti di stato. Fra questi, oltre a Corea del Nord, Bielorussia e Vietnam, spicca la Cina, da anni “elefante nella stanza” riguardo la pena di morte. Secondo Amnesty, infatti, “migliaia di esecuzioni continuano ad avere luogo in Cina, Stato che resta in testa alla classifica mondiale della pena di morte”, ma Pechino, da sempre, non fornisce i dati ufficiali. (@OnuItalia)

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Il giornale Italiano delle Nazioni Unite. Ha due redazioni, una a New York, l’altra a Roma.

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