NEW YORK, 21 AGOSTO 2026 – Un Consiglio di Sicurezza più trasparente e inclusivo, con un ruolo maggiore per i membri eletti e un rapporto rafforzato con l’Assemblea Generale. Ma soprattutto nessun nuovo seggio permanente, perché significherebbe aumentare privilegi e divisioni e rischierebbe di moltiplicare i veti. È la posizione ribadita dall’Italia nel dibattito aperto sui metodi di lavoro del Consiglio di Sicurezza dall’ambasciatore Giorgio Marrapodi, rappresentante permanente italiano alle Nazioni Unite.
“Processi decisionali flessibili, inclusivi e trasparenti sono aspetti fondamentali di qualsiasi Consiglio di Sicurezza riformato”, ha affermato Marrapodi, richiamando la proposta avanzata da Uniting for Consensus (UfC), il gruppo trasversale di Paesi di cui l’Italia è tra i principali promotori. UfC sostiene un ampliamento del Consiglio attraverso nuovi seggi elettivi e si oppone invece alla creazione di nuovi membri permanenti. La proposta più recente del gruppo prevede un Consiglio allargato fino a un massimo di 27 membri, con una maggiore rappresentanza in particolare per Africa, Asia-Pacifico, America Latina e Caraibi.
Più peso ai membri eletti
Secondo Marrapodi, una riforma dei metodi di lavoro dovrebbe innanzitutto consentire ai dieci membri eletti del Consiglio di esercitare un ruolo maggiore. Le responsabilità dovrebbero essere distribuite più equamente, sia nella presidenza degli organismi sussidiari sia nella pratica dei cosiddetti penholderships, che attribuisce ad alcuni Paesi il compito di guidare la preparazione e la negoziazione delle risoluzioni sui singoli dossier.
L’Italia chiede inoltre che vengano ascoltati maggiormente gli Stati direttamente interessati dalle questioni all’esame del Consiglio, compresi i Paesi che forniscono truppe e polizia alle missioni di pace dell’ONU e gli Stati che ospitano le operazioni.
Tra le proposte avanzate figurano l’adozione formale delle regole di procedura del Consiglio, tuttora provvisorie, un rapporto annuale al’Assemblea Generale più approfondito e analitico, una maggiore trasparenza degli organismi sussidiari e briefing più frequenti e tempestivi destinati ai Paesi che non fanno parte del Consiglio.
Roma chiede anche che bozze di risoluzione, dichiarazioni presidenziali e altri documenti siano messi tempestivamente a disposizione degli altri Stati membri e che aumentino le occasioni di confronto con organizzazioni regionali e sub-regionali.
Riunioni pubbliche come regola
Un altro punto riguarda la trasparenza delle riunioni. Per l’Italia, le sedute pubbliche dovrebbero restare la modalità principale di lavoro del Consiglio, mentre incontri a porte chiuse e consultazioni informali dovrebbero essere limitati ai casi eccezionali per i quali erano stati originariamente concepiti.
Marrapodi ha inoltre sostenuto la pratica di invitare alle riunioni rappresentanti della società civile, assicurando un’adeguata partecipazione delle donne e una maggiore inclusività di genere, così da permettere ai membri del Consiglio di ascoltare punti di vista differenti prima di assumere decisioni.
Le proposte sui metodi di lavoro si inseriscono nel negoziato più ampio sulla riforma del Consiglio, che l’Assemblea Generale ha deciso a fine luglio di proseguire anche nella prossima sessione attraverso gli Intergovernmental Negotiations (IGN).
Il nodo del veto
Per l’Italia, tuttavia, discutere di procedure senza affrontare il veto significherebbe ignorare una delle cause fondamentali della paralisi del Consiglio. «È difficile parlare di metodi di lavoro senza riflettere allo stesso tempo sulle cause profonde dell’inazione del Consiglio», ha osservato Marrapodi, sottolineando che il problema si pone sia quando il veto viene effettivamente esercitato sia quando ne viene semplicemente minacciato l’uso.
Roma sostiene quindi le iniziative volte all’autolimitazione del veto, tra cui l’iniziativa franco-messicana e il Codice di condotta del gruppo ACT (Accountability, Coherence and Transparency). L’Italia è stata inoltre tra i co-sponsor della risoluzione 76/262 dell’Assemblea Generale, la cosiddetta “Veto Initiative” promossa dal Liechtenstein, che prevede la convocazione dell’Assemblea quando uno dei cinque membri permanenti blocca con il veto un’iniziativa del Consiglio. La limitazione del veto è da tempo uno dei punti qualificanti della posizione di Uniting for Consensus.
Da qui anche il no italiano all’allargamento della categoria dei membri permanenti. Aggiungerne altri, ha avvertito Marrapodi, produrrebbe «ulteriori veti e ulteriori discriminazioni e divisioni tra i membri del Consiglio», rendendo l’organo meno efficiente, meno democratico e meno responsabile nei confronti dell’insieme degli Stati membri.
Una posizione che conferma la linea portata avanti da Roma nel lungo negoziato sulla riforma: allargare il Consiglio per renderlo più rappresentativo, ma attraverso nuovi membri eletti e non creando nuovi seggi permanenti. Una riforma, sostiene l’Italia, deve aumentare la possibilità per tutti gli Stati di partecipare periodicamente al Consiglio, anziché estendere a un altro ristretto gruppo di Paesi i privilegi nati dall’assetto del 1945. (@OnuItalia)
