CNEL-UNICEF: bambini in carcere con le madri, verso un sistema di tutela integrato

ROMA, 14 MAGGIO 2026 – “Bambini in carcere con le madri: verso un sistema di tutela integrato”: si è tenuto oggi nella Plenaria Marco Biagi del CNEL una giornata di lavoro promossa dal Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà UNICEF Italia.

Ha aperto i lavori il presidente del CNEL, Renato Brunetta, seguito dal presidente di UNICEF Italia, Nicola Graziano. “Trovare il giusto equilibrio tra sicurezza e inclusione. È questa la chiave di volta – ha affermato il presidente del CNEL – per dare reale attuazione all’articolo 27 della Costituzione, che assegna alla pena una funzione rieducativa e impone il rispetto della dignità della persona. Un’indicazione chiara, una rotta da seguire, su cui abbiamo incardinato il programma Recidiva Zero. Studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere’, realizzato dal CNEL in collaborazione con il Ministero della Giustizia”.

Il bilanciamento tra sicurezza e inclusione è tanto più importante laddove si voglia affrontare uno degli ambiti più complessi e delicati del sistema carcerario, quello dei bambini che vivono in carcere con le loro madri. Bambini a cui occorre garantire i diritti dell’infanzia, condizioni di crescita adeguate, uno sviluppo psicologico quanto più possibile armonioso e sereno: “È allora fondamentale la capacità di attivare percorsi mirati di inclusione e reinserimento socio-lavorativo per le madri. In quest’ottica, vi sono alcune buone pratiche di attuazione sperimentale delle case famiglia protette, fondate su modelli di collaborazione interistituzionale e sul contributo di soggetti privati e del Terzo Settore. Il nostro obiettivo è far sì che questi casi esemplari siano valorizzati e messi a sistema”, ha concluso Brunetta.

“I bambini in carcere non hanno commesso un reato, ma ne subiscono le conseguenze ogni giorno. Il principio dell’interesse superiore del minorenne – sancito dalla Convenzione ONU e riconosciuto dall’ordinamento italiano – impone obblighi precisi allo Stato. Come UNICEF Italia ribadiamo la necessità di un approccio integrato di tutela, che coinvolga giustizia, welfare, sanità e terzo settore, e che privilegi misure alternative alla detenzione, ponendo al centro il benessere e lo sviluppo di bambine e bambini, senza alcuna discriminazione. Non è più accettabile che esistano soltanto due Case-famiglia protette in tutto il Paese”, ha dichiarato Nicola Graziano, presidente di UNICEF Italia: ““Occorre eliminare il vincolo finanziario previsto dalla legge n. 62 del 2011 e prevedere un finanziamento strutturale stabile per la realizzazione e il funzionamento delle Case-famiglia protette. È una scelta politica che non può più essere rinviata. Il grado di civiltà giuridica di un ordinamento si misura anche dal coraggio di applicare fino in fondo le proprie leggi e i propri principi”.

Il progetto Recidiva Zero, nato dall’accordo tra CNEL e Ministero della Giustizia, individua nell’inclusione lavorativa la leva per abbattere la recidiva, che in Italia arriva al 70%. In questo quadro, il tema dei bambini in relazione al regime di ristrettezza delle madri è centrale: “Dobbiamo garantire il loro reinserimento, attraverso strutture e case-famiglia protette. Il benessere dei detenuti passa dalla serenità dei figli. Senza questo equilibrio psicofisico, i programmi di ricostruzione di una nuova vita non possono attecchire. È necessario trasformare i momenti critici delle visite in carcere, oggi vissuti in contesti non ideali, utilizzando spazi più idonei e progettualità – anche con l’ausilio degli animali – che sappiano sdrammatizzare l’impatto emotivo sui minori”, ha detto Emilio Minunzio, consigliere CNEL e coordinatore del Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale.

I bambini in carcere dovrebbero stare in cella, sono la prima a sostenerlo. Ma non basta ripeterlo: bisogna capire di che cosa stiamo parlando, ha sottolineato la deputata Simonetta Matone, magistrata, già sostituto procuratore del Tribunale per i minorenni di Roma, intervenendo sulle detenute madri. “Il fenomeno è contenuto sul piano dei numeri: nella situazione attuale in Italia le donne detenute sono 21, i bambini sono 25; di cui 10, ossia il 45,7%, non sono italiane, così come 12 dei 25 bambini sono stranieri”. Si tratta di storie segnate anche da “miseria, sudditanza e sfruttamento criminale”. Sul decreto Sicurezza 2025, che ha modificato l’assetto normativo sulla detenzione delle madri, Matone ha osservato che la scelta di “rendere facoltativo e non più obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena per donne incinte o madri di bambini sotto l’anno di età, ridà libertà alle donne e dà libertà ai magistrati di valutare caso per caso. Perché una cosa è trovarsi davanti a una donna che può essere considerata vittima di traffici o sfruttamento; altra cosa è lasciare automaticamente libero chi resta dentro un circuito di sfruttamento continuativo”.

La giornata di lavoro ha offerto uno spazio di confronto qualificato e multidisciplinare tra istituzioni, esperti ed esponenti della società civile, per analizzare il quadro normativo vigente e promuovere un approccio integrato alla tutela dei minorenni figli di madri detenute. Nel corso dell’incontro, particolare attenzione è stata dedicata al modello delle case-famiglia protette, quali soluzioni alternative alla detenzione in grado di garantire il benessere dei bambini e favorire percorsi di inclusione per le madri.

L’incontro, suddiviso in tre sessioni, ha approfondito l’attuale quadro normativo e la tutela superiore del minore, l’impatto sullo sviluppo psicofisico dei bambini e delle bambine e le possibili esperienze alternative al carcere. L’iniziativa si inserisce nel quadro del progetto Recidiva Zero, realizzato dal CNEL in collaborazione con il ministero della Giustizia, al fine di favorire l’inclusione sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale grazie a studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere. (@OnuItalia)

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Il giornale Italiano delle Nazioni Unite. Ha due redazioni, una a New York, l’altra a Roma.

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