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venerdì, Luglio 19, 2024

Tokyo: la storia di Tchatchet che solleva pesi e restituisce ciò che gli è stato donato

ROMA, 6 AGOSTO – Dalla lotta contro la depressione come persona senza fissa dimora a portabandiera nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Tokyo, da ‘assistito’ a soccorrevole: il sollevatore di pesi e atleta rifugiato Cyrille Tchatchet spera di ispirare con la sua storia le oltre 82 milioni di persone costrette alla fuga in tutto il mondo. Eccola.

Cyrille Tchatchet

”Ho pensato che fosse un sogno!”, ha twittato Cyrille, originario del Camerun, la scorsa settimana, spiegando che era orgoglioso di rappresentare i rifugiati così come gli operatori sanitari, ora che è un infermiere specializzato in salute mentale nel Regno Unito.
Tchatchet, 25 anni, è tra i 29 membri della squadra olimpica dei rifugiati a Tokyo. Il suo incredibile viaggio rivela non solo il potere dello sport di trasformare la vita delle persone costrette a fuggire dalle loro case, ma anche i preziosi contributi che possono dare alle loro nuove comunità quando gliene viene data la possibilità.
Nel 2014, dopo aver gareggiato ai Giochi del Commonwealth a Glasgow, ha lasciato il villaggio degli atleti pensando che non fosse sicuro per lui tornare al suo paese d’origine. Senza avere alcun piano, è finito nella città costiera di Brighton, dove ha trascorso circa due mesi vivendo per strada. Faceva freddo, faticava a trovare cibo e il suo umore sprofondava. ”Ho pensato al suicidio”.
”Avevo 19 anni in una nuova città, ero un senzatetto, non avevo mia madre o mio padre a prendersi cura di me, quindi mi sentivo molto, molto depresso a Brighton – ha detto in un’intervista a Eurosport – Ho effettivamente pensato al suicidio”.
La svolta giunge quando trova il numero verde per chiamare i Samaritani, un’associazione che offre supporto psicologico, e li chiama. Un volontario chiede una macchina della polizia per prelevarlo, e alla stazione di polizia spiega la sua situazione. Il processo per chiedere asilo è stato avviato.

La squadra dei rifugiati

Ospitato a Birmingham, Tchatchet ha aspettato con ansia che la sua domanda di asilo fosse approvata, combattendo anche la depressione durante. Ma il sollevamento pesi gli ha fornito uno sfogo emotivo vitale e una fonte di motivazione, e ha iniziato a partecipare alle competizioni regionali britanniche.
Dopo aver ottenuto lo status di rifugiato, ha continuato a stabilire record e a vincere i titoli britannici, inglesi e delle università e dei college britannici nel sollevamento pesi nel 2017, 2018 e 2019.
Desideroso di restituire alla comunità ciò che gli era stato donato e ispirato dai medici e dagli infermieri che lo hanno sostenuto nei suoi momenti più bui, Tchatchet ha deciso di studiare e si è laureato in infermieristica per la salute mentale alla Middlesex University.
Si allenava regolarmente nella palestra dell’università quattro o cinque volte alla settimana, ed era in grado di conciliare gli allenamenti con lo studio, ha raccontato uno dei suoi tutor, Lawrence Dadzie, docente di salute mentale all’università.
In gennaio Tchatchat twitta: ”Sono un infermiere di giorno e un sollevatore di pesi la sera….Ho studiato infermieristica per restituire qualcosa alla comunità che mi ha sostenuto. La speranza non solo ti dà il coraggio di combattere, ma promuove anche il tuo benessere mentale”.
Dadzie lo ha descritto come uno studente concentrato e determinato, così come un buon ascoltatore, una qualità basilare per un infermiere specializzato in salute mentale.
Il background da rifugiato di Tchatchet e le sue battaglie personali contro la depressione gli permettono di provare empatia per i pazienti: ”È in grado di capire le persone che soffrono di questa condizione, è in grado di capirle meglio. E sente anche di poter dare qualcosa in cambio”, ha aggiunto il suo tutor.
Tchatchet non parlava molto dei suoi notevoli risultati sportivi. L’università metteva i suoi poster in giro per il campus per celebrare le sue vittorie, ma ”se non vedevi le foto, non lo sapevi. Non ne parlava troppo”, ha raccontato ancora Dadzie.

La Squadra dei rifugiati

Ha iniziato a sollevare pesi da giovane dopo aver visto una foto del padre di suo cugino che sollevava pesi, e ad un certo punto ha deciso che quello era uno sport per lui.

”Nel sollevamento pesi si incontrano persone e diventa una cosa social. È uno sport abbastanza coinvolgente – ha detto il ragazzo in un’intervista a Sky Sports – È divertente, è facile misurare i tuoi progressi e i tuoi risultati. Ogni giorno si va in palestra, si impara qualcosa, sia la tecnica, sia un miglioramento di qualche chilo. C’è sempre spazio per migliorare il tuo stato mentale e il tuo senso di realizzazione”.
A Tokyo, Tchatchet, che parla francese e inglese e confessa di avere un debole per i dolci, ha gareggiato nella categoria dei 96 kg. Il suo motto nella vita è: ”Pianifica e lavora duro per raggiungere i tuoi obiettivi”.
Tchatchet dice che la squadra olimpica dei rifugiati è ”… una squadra di speranza….
Il mio messaggio agli altri rifugiati è di credere, di essere fiduciosi. Oggi potrebbe essere difficile, ma il futuro potrebbe essere più luminoso”.

(Fonte UNHCR)

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Il giornale Italiano delle Nazioni Unite. Ha due redazioni, una a New York, l’altra a Roma.

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