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domenica, Gennaio 11, 2026

Dentro la crisi: al Meeting di Rimini cosa sta cambiando nel mondo umanitario

ROMA, 25 AGOSTO 2025 – Cosa sta cambiando nel mondo umanitario: il 22 agosto, al Meeting di Rimini, si è svolto l’incontro Dentro la crisi:, organizzato da Intersos la Ong italiana dal 1992 in prima linea negli aiuti di emergenza nelle zone colpite da guerre, disastri naturali e crisi umanitarie. Il panel ha visto la partecipazione di Gianluca Brusco, capo Unità per gli interventi internazionali di emergenza umanitaria della Direzione Generale per la Cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Esteri, e di Sandro De Luca, presidente di Link2007, moderati da Konstantinos Moschochoritis, direttore generale di Intersos.

L’iniziativa ha messo a fuoco la profonda trasformazione in atto nel settore umanitario, segnato da bisogni senza precedenti, risorse in calo e sfide crescenti in termini di accesso, sicurezza e legittimità.

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Un contesto globale senza precedenti

La fotografia iniziale proposta dagli organizzatori è impietosa: 305 milioni di persone nel mondo hanno bisogno di aiuto umanitario, il numero più alto mai registrato. Guerre protratte come quelle in Sudan, Gaza, Ucraina, Sahel, Repubblica Democratica del Congo e Yemen continuano a generare milioni di sfollati, fame diffusa e violazioni del diritto internazionale umanitario. A questi conflitti si sommano le conseguenze dei cambiamenti climatici, con siccità, alluvioni ed eventi estremi che aggravano la vulnerabilità delle popolazioni già colpite.

Proprio mentre i bisogni crescono, i finanziamenti calano drasticamente. Stati tradizionalmente donatori come Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Belgio hanno tagliato i contributi, costringendo le organizzazioni umanitarie a concentrarsi solo sugli interventi salvavita lasciando milioni di persone prive di supporto.

Moschochoritis ha parlato di una “tempesta perfetta”: ai conflitti e alle emergenze climatiche si aggiunge infatti la crisi finanziaria e un crescente clima di ostilità verso gli operatori umanitari, vittime di campagne di disinformazione e di restrizioni arbitrarie all’accesso.

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Brusco: trasparenza, linguaggio nuovo e coinvolgimento della società

Come ha sottolineato Gianluca Brusco, la crisi attuale non è solo finanziaria ma anche di legittimità. L’ordine internazionale che aveva garantito interventi e mediazioni oggi è contestato, e non esistono più “gendarmi globali” percepiti come responsabili di fermare le crisi.

Brusco ha individuato tre priorità per rilanciare l’azione umanitaria:

  1. Trasparenza e nuovo linguaggio – Comunicare in modo meno burocratico e più umano, capace di “parlare al cuore”. Ha citato l’esempio del cardinale Zuppi che ha letto per ore i nomi dei bambini uccisi a Gaza, gesto che ha reso tangibile il dramma oltre le statistiche.
  2. Coinvolgere tutta la società – Il sistema italiano di cooperazione, sancito dalla legge 125/2014, già integra società civile, università, enti locali e settore privato. Ora, ha detto Brusco, serve un vero movimento sociale a difesa dei valori umanitari.
  3. Localizzazione – Spostare il baricentro degli aiuti verso le comunità locali, superando approcci paternalistici e rapporti asimmetrici. Questo significa valorizzare i first responders, cioè gli attori locali che per primi intervengono nelle emergenze, garantendo loro risorse e strumenti adeguati.

Brusco ha poi sottolineato l’importanza del soft power generato dall’aiuto umanitario: piccoli investimenti, come il sostegno italiano a progetti di prevenzione climatica in Africa, producono benefici politici e reputazionali enormi per il Paese.

De Luca: attenzione all’accesso e alle differenze tra contesti

Sandro De Luca ha condiviso molte delle analisi di Brusco, ma ha invitato a non dimenticare le tragedie umanitarie peggiori degli ultimi anni, come la carestia in Somalia del 2011-2012 o l’isolamento del Tigrai durante la guerra civile etiope, che sono esplose quando l’accesso umanitario è stato negato.

Il presidente di Link2007 ha poi richiamato l’attenzione sulla necessità di distinguere tra contesti diversi: in alcune crisi la società civile locale è forte e dinamica, in altre è disarticolata e necessita di supporto esterno. La localizzazione, quindi, non può essere uno slogan valido ovunque, ma richiede capacità di adattamento e creatività nei meccanismi di finanziamento.

Dialogo e pragmatismo per superare le restrizioni

Nel dibattito è emerso anche il tema dell’accesso umanitario in contesti ostili. Brusco ha richiamato l’esperienza italiana in Siria e a Gaza, dove l’Italia ha promosso deroghe (“curveout umanitari”) per permettere la consegna di aiuti nonostante le sanzioni.

La parola chiave, a suo avviso, è pragmatismo: dialogare con tutte le parti in causa, senza scegliere i governi o i gruppi legittimi, ma con l’obiettivo ultimo di raggiungere le persone bisognose. Un approccio che porta a compromessi difficili, ma che risponde al principio fondamentale dell’umanità.

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Il ruolo delle organizzazioni locali e i limiti del sistema

Dal pubblico è arrivata una forte sollecitazione sul tema della localizzazione. ONG africane hanno denunciato la difficoltà di accedere ai fondi internazionali, spesso riservati a grandi organizzazioni strutturate. In molti casi, le piccole realtà locali restano escluse nonostante siano le prime sul campo.

De Luca ha riconosciuto che la comunità dei donatori deve interrogarsi su come semplificare le procedure e aprire l’accesso diretto ai fondi delle Nazioni Unite. Altrimenti il rischio è che la “localizzazione” resti un impegno disatteso, come dimostra il dato: a dieci anni dal Grand Bargain del 2016, solo il 3% dei fondi globali arriva direttamente alle organizzazioni locali, contro l’obiettivo del 25%. (@OnuItalia)

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