GINEVRA, 4 AGOSTO 2025 – Si aprono domani, al Palazzo delle Nazioni di Ginevra, i negoziati finali delle Nazioni Unite per la definizione di un trattato internazionale volto a contrastare l’inquinamento da plastica. L’incontro, noto ufficialmente come Intergovernmental Negotiating Committee (INC) – sessione 5.2, rappresenta la seconda parte del quinto (e ultimo) ciclo di negoziati avviati nel 2022 e si svolgerà fino al 14 agosto, con la partecipazione di oltre 170 delegazioni internazionali.
Il trattato in discussione è il risultato di una risoluzione adottata all’unanimità dall’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente nel marzo 2022, che ha incaricato il Comitato negoziale di redigere un testo in grado di affrontare l’intero ciclo di vita della plastica: dalla produzione, al consumo, fino allo smaltimento. Tuttavia, i lavori sono stati più volte ostacolati da divisioni profonde tra gli Stati e l’ultima sessione, tenutasi a dicembre 2024 a Busan, si è conclusa senza un accordo, rendendo necessario un ulteriore incontro per evitare il fallimento del processo.
Il contesto e le sfide in gioco
Secondo le Nazioni Unite, ogni anno vengono generate oltre 460 milioni di tonnellate di plastica e circa il 75% finisce tra i rifiuti. Se non si interviene con misure concrete, la produzione globale potrebbe raggiungere 884 milioni di tonnellate entro il 2050. Le conseguenze sull’ambiente e sulla salute umana sono già documentate: microplastiche nei mari, nei suoli e perfino negli organismi viventi, con impatti ancora parzialmente inesplorati.
L’INC-5.2 riprenderà i lavori a partire dal cosiddetto “Testo del Presidente”, un documento preliminare che raccoglie le proposte elaborate durante le precedenti sessioni e che riflette numerosi punti ancora oggetto di disaccordo. L’obiettivo dei delegati è trovare un compromesso sui nodi irrisolti e arrivare, entro la fine della sessione, ad un testo definitivo.
Divisione tra Paesi: due blocchi
Il principale ostacolo al raggiungimento di un accordo risiede nella profonda divisione tra due blocchi di Stati. Da una parte, un gruppo di circa 100 Paesi, definiti ambitious countries, sostiene la necessità di un trattato ambizioso che limiti la produzione di plastica, vieti prodotti e additivi dannosi e istituisca meccanismi globali per il monitoraggio e la riduzione dell’inquinamento. Tra le loro proposte, figurano l’eliminazione progressiva di oggetti come le microperle nei cosmetici, le cannucce monouso e i giocattoli contenenti sostanze tossiche.
Dall’altra parte, un gruppo ristretto di petro-Stati guidati da Arabia Saudita e Russia, noti informalmente come like-minded countries, ostacola sistematicamente i progressi, opponendosi a qualsiasi limite di produzione e insistendo sull’obbligo del consenso unanime per ogni decisione. Questa posizione, pur formalmente legittima, è stata denunciata da molti osservatori come un uso strumentale delle regole procedurali per paralizzare il processo.
Il conflitto è aggravato dall’ambiguità di alcuni attori chiave. Gli Stati Uniti, dopo mesi di silenzio, hanno recentemente dichiarato la propria contrarietà a un tetto globale alla produzione, preferendo un approccio basato sulle decisioni nazionali. Il Brasile, pur partecipando attivamente al negoziato, ha manifestato posizioni ambivalenti, cercando di tutelare al contempo la propria industria plastica e l’immagine internazionale come Paese impegnato sul clima.
Il dibattito sulle regole di voto
Un nodo particolarmente delicato riguarda le regole di voto all’interno del Comitato. Sebbene il regolamento provvisorio, adottato nel 2022, preveda la possibilità di voto in caso di stallo, come avviene in altri processi multilaterali, alcuni Stati continuano a insistere sull’obbligo di raggiungere decisioni solo per consenso. In assenza della minaccia credibile di una votazione, i Paesi contrari a un trattato ambizioso sono stati in grado di rallentare o bloccare le discussioni.
In risposta, diversi rappresentanti parlamentari internazionali hanno lanciato un appello affinché i Paesi favorevoli a un trattato si uniscano e considerino l’uso del voto come strumento legittimo per superare il blocco. La Interparliamentary Coalition to End Plastic Pollution, che riunisce membri di diversi parlamenti nazionali, ha espresso preoccupazione per il rischio di un accordo debole e non vincolante.
Tra i firmatari dell’appello figurano:
Sahar Albazar (Egitto), Philippe Bolo, Éléonore Caroit, Jimmy Pahun (Francia), Alistair Carmichael e Kate Parminter (Regno Unito), Fabien Fivaz (Svizzera), Virginie Dufour (Québec), Riadh Jaidane (Tunisia), Natacha Kpochan (Benin), Ricardo Lagos Weber (Cile), Juan Carlos Lozada (Colombia), Cédric Ngindu (RD Congo) e Nilto Tatto (Brasile).
Guardando avanti
Qualora i negoziati di Ginevra si concludessero con l’adozione di un trattato, i margini di miglioramento sarebbero significativi. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), è possibile ridurre l’inquinamento da plastica dell’80% entro il 2040 facendo leva su tecnologie già disponibili. Il risultato si otterrebbe principalmente riducendo del 55% la produzione di plastica vergine e promuovendo modelli di economia circolare, incentrati su riuso, riciclo e sostituzione dei materiali.
I vantaggi di un trattato sarebbero rilevanti anche dal punto di vista economico e occupazionale: si stima un risparmio globale di 4,52 trilioni di dollari e la creazione di oltre 700.000 nuovi posti di lavoro. Un simile approccio potrebbe avere ricadute positive anche per l’Italia, offrendo opportunità concrete per rafforzare l’economia circolare nazionale e generare occupazione qualificata nei settori ambientali e industriali. (@OnuItalia)
