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giovedì, Febbraio 26, 2026

Elisa Morgera: “Basta con la carbon tunnel vision. Serve una transizione climatica giusta, radicale e basata sui diritti”

ROMA, 30 GIUGNO – L’industria dei combustibili fossili è responsabile della crisi climatica e va eliminata entro il prossimo decennio: Elisa Morgera, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani e il cambiamento climatico, va al punto oggi nel suo intervento oggi, davanti al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU a Ginevra.

“Il mio rapporto indica chiaramente il problema rappresentato dai lobbisti dell’industria fossile e dalla loro cattura dei processi decisionali”, ha spiegato Morgera parlando da Bonn, dove ha partecipato ai colloqui pre-COP30. “Se non vedremo un cambiamento alla COP30, con la creazione di un vero percorso di eliminazione dei combustibili fossili e un serio controllo sui conflitti di interesse, non possiamo aspettarci progressi. A quel punto, servirà uno spazio internazionale alternativo”.

Un’esperta al crocevia tra diritti, ambiente e governance

Elisa Morgera è una figura autorevole nel campo del diritto ambientale globale. Oltre al suo incarico ONU, è Distinguished Professor alla University of Strathclyde di Glasgow e Adjunct Professor presso l’Università della Finlandia Orientale. Ha lavorato per la FAO a Roma, per il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo alle Barbados ed ha offerto supporto a governi e ONG in Africa, Asia, America Latina e Pacifico.

Tra il 2019 e il 2024 ha diretto il progetto internazionale One Ocean Hub, un network globale di ricerca che ha coinvolto esperti di scienze naturali, sociali e giuridiche, artisti e comunità locali per promuovere un approccio partecipativo ed equilibrato nella gestione degli oceani.

Nei suoi studi, Morgera ha affrontato temi cruciali come il diritto umano alla scienza, i diritti dei popoli indigeni, dei pescatori su piccola scala, dei bambini, ed i riflessi della crisi climatica sulla biodiversità e sull’oceano.

Il contenuto del rapporto: de-fossilizzare le economie

Nel rapporto dal titolo “The imperative of defossilizing our economies”, Morgera chiarisce che “gli impatti sui diritti umani legati al ciclo di vita dei combustibili fossili sono interconnessi, intergenerazionali, gravi e diffusi” e che sei decenni di ostruzionismo climatico da parte dell’industria richiedono “una defossilizzazione urgente, efficace e trasformativa delle nostre economie”.

Il rapporto nasce da una constatazione drammatica ma ormai innegabile: il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, coronando un decennio di temperature globali record. Ondate di calore estreme, incendi, siccità, alluvioni e tempeste hanno colpito ogni angolo del pianeta, causando milioni di sfollati, aggravando crisi alimentari e generando perdite economiche enormi. “Questa realtà è allarmante, ma non sorprendente”, scrive Morgera, che sottolinea come i piani attuali per ridurre le emissioni siano largamente insufficienti a contenere il riscaldamento entro la soglia di 1,5°C.

A fronte di prove scientifiche sempre più chiare che identificano i combustibili fossili come principale causa del cambiamento climatico e di altre crisi planetarie, dalla perdita di biodiversità all’inquinamento, fino alla violazione sistematica dei diritti umani, Morgera ha deciso di affrontare in modo diretto e senza ambiguità la necessità di eliminare il carbone, il petrolio e il gas.

Tra le raccomandazioni si annovera l’eliminazione di sussidi pubblici ai combustibili fossili e la creazione di un nuovo processo multilaterale in cui, oltre agli Stati, partecipino attivamente società civile, difensori dei diritti umani e mondo accademico. “Si tratterebbe di un luogo in cui condividere buone pratiche, valorizzare l’innovazione dal basso e affrontare anche questioni spinose come le ingiustizie strutturali e storiche che ostacolano la transizione”.

La transizione verde non è neutra

Morgera non nasconde le contraddizioni della transizione ecologica, in particolare la corsa ai minerali critici necessari per le tecnologie verdi. “Non possiamo pensare di passare da una fonte energetica all’altra mantenendo invariato il livello di consumo. Non solo ciò alimenterebbe ulteriormente il cambiamento climatico, ma causerebbe nuovi danni alla natura e agli esseri umani”.

E avverte: “Gli Stati devono interrogarsi su chi realmente beneficia dell’energia prodotta e se le attività legate alla sua produzione contribuiscano o meno alla povertà energetica e all’aumento dei costi della vita. Se così fosse, vanno ridimensionate”.

Una comunicazione distorta

Secondo Morgera, la battaglia sulla giustizia climatica è ostacolata anche da una comunicazione manipolata. “Abbiamo prove chiare di oltre 60 anni in cui l’industria fossile ha cercato di influenzare il dibattito pubblico, disinformando e minimizzando la gravità della crisi climatica. L’ONU, i giornalisti e gli scienziati sono sempre in svantaggio.”

“Ci sono stati attacchi a scienziati e giornalisti, e la presenza massiccia dei lobbisti nei negoziati internazionali ha compromesso il confronto trasparente e basato sulla scienza. Dobbiamo agire per smantellare sistematicamente questa disinformazione.”

Una COP dell’Amazzonia tra aspettative e ambiguità

Il Brasile ha rinominato la COP30 come la “COP dell’Amazzonia”, con la promessa di valorizzare i popoli indigeni come custodi della foresta. Ma Morgera resta cauta: “È un’idea potente, anche simbolicamente. Tuttavia, il relatore ONU per i diritti dei popoli indigeni ha segnalato minacce persistenti e nuove che mettono in pericolo i loro diritti fondamentali”.

La crisi del multilateralismo

Infine, Morgera denuncia gli effetti della crisi di finanziamento che sta colpendo l’intero sistema ONU. “I nostri rapporti sono più brevi, le consultazioni limitate. L’anno scorso ho avuto tre ore e mezza per dialogare con gli Stati. Quest’anno, solo un’ora e mezza. È una perdita per il dibattito pubblico.” E conclude: “Ogni agenzia ONU, dalla FAO all’OMS, offre strumenti cruciali per un’azione climatica efficace. I cittadini devono chiedere ai propri governi di continuare a sostenere il sistema multilaterale. Se si ferma, pagheremo tutti le conseguenze”. (@OnuItalia)

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