NEW YORK, 24 SETTEMBRE 2026 – Allargare il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dando più spazio all’Africa e alle altre regioni oggi sottorappresentate, ma senza creare nuovi membri permanenti. Perché, come ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani intervenendo ieri sera all’Assemblea Generale dell’Onu, il Consiglio “non deve essere un club esclusivo”. E, nell’attesa di arrivare all’abolizione del veto, limitarne almeno l’uso davanti ad atrocità di massa e crimini di guerra.
La proposta e’ stata rilanciata oggi a New York da “Uniting for Consensus” (UfC), il gruppo di Paesi di cui l’Italia è uno dei principali promotori, riunito a margine della settimana ad alto livello dell’81esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Fanno parte di UfC Argentina, Canada, Colombia, Costa Rica, Italia, Malta, Messico, Pakistan, Corea del Sud, San Marino, Spagna e Turchia. Una coalizione che da anni cerca una via alternativa alla riforma sostenuta dai Paesi che aspirano a ottenere un seggio permanente nel Consiglio. “Il nostro obiettivo comune è quello di lavorare per un Consiglio più rappresentativo, democratico, trasparente, responsabile, efficace e in grado di rispondere alle sfide globali odierne. L’UfC è pienamente impegnata a favore di una riforma globale che rifletta gli interessi e le aspirazioni dell’intera membership delle Nazioni Unite”, si legge nel comunicato emesso al termine della riunione.
Oggi il Consiglio di Sicurezza conta 15 membri: cinque permanenti – Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti – dotati del potere di veto, e dieci eletti dall’Assemblea Generale per mandati di due anni.
Per UfC, aggiungere nuovi seggi permanenti significherebbe creare altri privilegi invece di rendere il Consiglio più rappresentativo. La proposta è quindi quella di aumentare il numero dei membri eletti, introducendo anche seggi a rotazione con mandati più lunghi.
Un modello che, secondo il gruppo, permetterebbe di affrontare in particolare la storica sottorappresentazione dell’Africa, ma anche quella dell’Asia-Pacifico e dell’America Latina e Caraibi, consentendo allo stesso tempo a un numero maggiore di Paesi di partecipare ai lavori dell’organismo incaricato della pace e della sicurezza internazionale.
La discussione riguarda anche gruppi che non coincidono con le tradizionali divisioni geografiche dell’Onu, come gli Stati insulari in via di sviluppo e i Paesi arabi.
L’altro nodo è il veto. Uniting for Consensus si dichiara a favore della sua abolizione, obiettivo che richiederebbe una riforma molto più profonda dell’attuale sistema. Nell’immediato, i dodici Paesi chiedono “la sua limitazione in circostanze specifiche, quali, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, le atrocità di massa e i crimini di guerra, in linea con le iniziative esistenti, quali l’iniziativa franco-messicana e il codice di condotta ACT“.
Il gruppo ha inoltre ribadito che il negoziato deve restare nell’ambito dell’IGN, l’Intergovernmental Negotiations, il processo attraverso il quale gli Stati membri discutono la riforma del Consiglio di Sicurezza.
L’obiettivo dichiarato è arrivare a un Consiglio più rappresentativo, democratico, trasparente ed efficace attraverso il più ampio consenso possibile tra i 193 Paesi dell’Onu, evitando che la riforma si traduca semplicemente nell’allargamento del club dei membri permanenti. (@OnuItalia)
